Vorresti lasciare il lavoro ma il problema è il tuo capo.
Ti capisco, eccome. Successe anche a me, tantissimi anni fa. Se ti trovi in questa situazione e non sai che soluzione prendere sei nel posto giusto. Dedica qualche minuto alla lettura di questo articolo e troverai le risposte che cerchi.
Non farò nomi e cognomi, non farò riferimento diretto all'azienda ma ti parlerò di come sono stata, di come mi sono sentita e di come ho vissuto quei mesi in azienda a dover convivere con un capo scomodo che non ha MAI perso occasione per mettermi in difficoltà. Sia ben chiaro: il capo scomodo non lo era solo con me, ma con tutti i suoi riporti diretti, e a volte anche con altre persone fuori dalla sua cerchia. Perché una persona scomoda è spesso una persona insicura, incapace a riconoscere e gestire le proprie emozioni e per questo incline a fare errori su errori e a comportarsi male con gli altri.
Il capo assente
Per tutta la vita ho cercato la sfida, inseguendo il mito della carriera lineare e facendo application su application, nel tentativo di entrare nell'azienda più desiderabile al mondo. Ero ambiziosa e determinata, non che non lo sia adesso, ma all'inizio della mia carriera ero davvero disposta a lottare con le unghie e con i denti per quel posto lì. Accade che io arrivi nell'azienda dei sogni e prenda posto tra nuovi capi e colleghi, in un bel giorno di maggio che sapeva d'estate. Ero in estasi, sapevo di essere felice. Finalmente lì, nella migliore azienda al mondo per me, una di quelle dove fanno la fila per entrare, nel ruolo che avevo desiderato. Cosa volere di più?
La mia responsabile: una bellissima donna sui 30-35 anni, bionda con gli occhi azzurri, alta, portava i capelli raccolti in una lunga coda. Parlava un ottimo inglese, ma tutti lì dentro parlavano bene l'inglese. Quando si lavora in una multinazionale è così, arrivi a parlare l'inglese meglio della tua lingua (che figata! pensavo). Passata l'euforia iniziale ho iniziato a vedere i difetti, miei. Ero più indietro degli altri, non abbastanza brava, non abbastanza in gamba come loro. Mi vedevo goffa, lenta, incapace di avere validi argomenti di conversazione fuori dal lavoro. Il lavoro stesso stava diventando motivo di insoddisfazione: insomma, cosa avrei dovuto fare di preciso? Mi era stato detto che lì avrei avuto autonomia decisionale, che era tutto un po' da costruire e che dipendeva da me. Ma tutta quella autonomia iniziava a pesarmi e sentivo il bisogno di ricevere direzione, direttive. A un certo punto la mia bellissima capa sparì. Allora compresi una cosa: anche i capi vogliono far carriera. Il suo sogno era andare a vivere negli Stati Uniti, l'Europa iniziava a starle stretta. Cominciò ad accumulare assenze e io a perdere il mio punto di riferimento. Non che fosse particolarmente presente con me, anzi... avevo un livello di autonomia eccessivamente elevato che iniziò a tradursi con "fa' un po' quello che ti pare".
Morale: non ebbi vita lunga lì. Iniziai a sommare questo con dell'altro che non tardò ad arrivare, e tutto ciò bastò a farmi sentire fuori posto e lontana dall'azienda dei miei sogni. Avrei avuto bisogno di un supporto maggiore da parte del mio capo che non c'era, letteralmente. Forse avrei potuto cavarmela da sola, ma le cose iniziarno a diventare talmente grandi per me che non ebbi il coraggio, né la forza di affrontare tutto insieme.
Il capo micromanager sadico
Chi nella propria vita non ha incontrato un micro, nano manager che vive per controllare il lavoro dei suoi collaboratori? Per il micro manager gli altri più che collaboratori sono schiavetti da usare. Mi sono sentita così più di una volta, ma qui farò riferimento a una delle mie ultimissime esperienze. La mia micro manager si credeva la migliore, migliore di tutti gli uomini con i quali aveva a che fare a lavoro, ogni giorno. E non perdeva tempo, doveva dimostrarlo. Ed ecco giustificate le urla, i tentativi di dettare regole e leggi a tutti, "qui si fa come dico io!"; "ascoltami se vuoi andare lontano!", "con me non si scheza!": esternazioni che sapevano di minaccia più che di direzione. Peccato che al colloquio si era mostrata di tutt'altra pasta. Sembrava l'amica pronta a soccorrerti nel momento del bisogno. La capa feliciona con cui si lavora bene, si ride e si scherza e ti offre anche il caffé alla macchinetta. Ma come si sa l'apparenza può ingannare e così fu. Iniziò a correggere le mie mail, facendo attenzione alle parole usate e al modo. Mi chiese più e più volte di prendere appunti al posto suo durante le riunioni importanti e da lì l'ansia di dover scrivere tutto, centellinando lettere e sillabe. Iniziò a controllare i miei spostamenti. "Devi venire qui a lavorare, così leghi con i tuoi colleghi". In realtà voleva solo controllarmi e tenermi sott'occhio perché quando non ero lì con lei non poteva mettere le zampe su di me, chiaramente. Presentazioni, testi da preparare, divennero un incubo: il suo passatempo preferito era farmi notare l'errore, la slide da modificare, il colore e il font che non andavano bene, i numeri da ingrandire... ho odiato power point da lì. Diedi le dimissioni.
Il capo incompetente
Il capo incompetente è quella tipologia di persona per cui uno si chiede "ma come ha fatto ad arrivare lì?". Ha la fortuna di conoscere sempre qualcuno disposto ad aiutarlo e fargli assumere il ruolo più alto, la sfortuna di essere circondato da persone che ne sanno più di lui che si alimentano di rabbia e frustrazione. Provavo questo nei confronti di uno dei miei capi. Rabbia e frustrazione. Lui entrava e usciva dall'azienda tutte le volte che voleva. Io entravo presto e uscivo tardi. Mi diceva "fa' pure, tanto lo sai fare bene, non hai bisogno di me". Ed io mi chiedevo: "vero, non ho bisogno di lui, ma quindi che ci sta a fare là?". Passava il tempo a fare networking o public relations, ma non mi portava mai con sé. Io dovevo lavorare, giustamente. Qualcuno doveva pur mandare avanti la baracca. Un giorno, durante la performance review, iniziai a dire che alcune cose non mi stavano bene e che mi sarei aspettata maggiore considerazione, discorsi sull'evoluzione del mio ruolo e per tutta risposta mi disse "ti ho dato un aumento, dovresti essere felice anziché lamentarti". Lasciai anche quel capo, e dopo qualche tempo quel capo lasciò l'azienda. Perché prima o poi l'incompetente viene sgamato e a quel punto non ha vita lunga all'interno dell'ecosistema perché non è riuscito a impiantarvisi.
Il capo narcisista
Il capo narcisista non vede molto oltre al suo naso che non sia se stesso e la propria immagine riflessa negli altri. Di persone narcisiste, con il culto di sé ne è pieno il mondo. Il problema è che in azienda questo tipo di persona è una di quelle capaci di rendere la vita degli altri un vero e proprio inferno. L'unico modo per andare d'accordo con queste persone è adularle, abbassare sempre la testa, compiacerle. Sono estremamente insicure e questa insicurezza porta loro ad andare sulla difensiva, qualsiasi sia la situazione. Ho avuto più capi di questo tipo, alcuni di questi erano anche incompetenti proprio perché molto spesso il narcisismo va a braccetto con la consapevolezza di essere in gamba quando non è così nei fatti. Io che nella mia vita non ho MAI leccato il di dietro a nessuno, men che meno ai capi, mi trovavo molto spesso in conflitto con queste persone. Com'è andata a finire? Non bene. Mandavo CV e una volta trovato un nuovo lavoro andavo via. Ci sono stati dei casi in cui ne ho parlato con i capi supremi ma non ha funzionato. Ho capito che se alcune persone agiscono indisturbate in azienda è perché qualcuno sopra loro glielo permette. Quando è così, purtroppo, c'è poco da fare.
E ora ti dirò cosa puoi fare per sopravvivere a un capo così
Vuoi davvero saperlo? Non bisognerebbe mai sopravvivere, né cercare armi o soluzioni per proteggersi da questo tipo di persone. Gli ambienti di lavoro dovrebbero essere idonei allo sviluppo e alla crescita delle persone, tutte, non campi dove schivare l'ostacolo e arrivare incolumi a casa dopo 8 ore di lavoro. Eppure ti troverai a doverti proteggere, e forse se sei qui ti trovi già in una situazione di questo tipo.
Per sopravvivere a capi come questi occorre rimboccarsi le maniche e lavorare su di sé.
Queste persone non cambieranno ma puoi cambiare tu e il tuo nuovo modo di fare e porti può fare miracoli.
Ovviamente non sei obbligato ad avere a che fare con quel capo. Puoi sempre lasciare il lavoro e trovarne un altro, così come ho fatto in passato.
Qualsiasi sia la tua scelta: restare e affrontare il capo cambiando atteggiamento oppure lasciare, cercare un ambiente di lavoro più consono alle tue esigenze, il coaching può aiutarti.
Posso supportarti su:
- miglioramento delle soft skill e della leadership: qualità essenziali per avere a che fare con qualsiasi tipo di persona a lavoro e per la gestione di dinamiche complesse
- orientamento professionale: cerchiamo di capire insieme quale sarà il tuo prossimo step di carriera
- creazione degli strumenti che ti servono per cercare lavoro: CV, cover letter, Linkedin e networking... e tutto ciò che serve per migliorare il tuo posizionamento professionale
Se desideri fare un percorso di coaching e capire se il career coaching può supportarti in questo momento non ti resta che prenotare una call conoscitva gratuita con me: https://calendly.com/enzamariasaladino/prenota-una-call-gratuita
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