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Perché la sconfitta ci rende liberi

“Alcune vittorie si conseguono solo perdendo battaglie”. 

Non si può che essere d’accordo con Charles Pépin, filosofo francese e autore del libro Il magico potere del fallimento”. Su questo argomento avevo scritto un articolo e ora torno sul tema, e sull’importanza di “educare al fallimento”.  Per cui, quando trovo o leggo qualcosa di utile e, illuminante, come nel caso di questa lettura che mi sono regalata, condivido volentieri spunti e riflessioni sperando che possano aiutare me e gli altri verso un percorso di libertà personale e professionale. Non è facile, ma se molte persone ce l’hanno fatta, così sarà per noi.

Anziutto partiamo dall’evidenza che l’elogio del fallimento è un fatto culturale. Ad esempio, se in Silicon Valley elogiano il fail fast, learn fast – fallire velocemente per imparare velocemente –  in Francia esiste l’ideologia del fast track – riuscire rapidamente, mettersi al più presto possibile sui giusti binari. E da lì l’ossessione per i titoli di studio, le scuole più prestigiose da mettere sul curriculum, diplomi che garantiscono identità e valore. Ma nella ricerca ossessiva rispetto al mettersi sulla strada giusta, al più presto, e disporsi sui binari di una carriera già scritta c’è “una paura della vita”, della realtà che ci mette a confronto, gli uni agli altri, di continuo. In Francia gli allievi sono chiamati da giovanissimi a scegliere del loro destino.  Nessuno che dica a questi allievi, nel pieno del loro sviluppo personale e psicologico che spesso, nella vita, fare la “scelta giusta” arriva col tempo. E, aggiungerei, che spesso “la scelta giusta”, quella definitiva, non esiste. Per i francesi aver fallito significa essere colpevoli, per gli americani vuol dire essere audaci. Aver commesso degli errori prima di “arrivare” alla giusta destinazione è un tratto distintivo di molti guru e imprenditori affermati, che spesso ostentano i loro fallimenti come “segni” necessari per arrivare alla vetta.

Ma come spesso la vita insegna, la verità sta nel mezzo. E se facessimo il sano tentativo di eliminare anche il concetto di “vetta” e lasciarlo solo alle montagne, con grande atto di generosità? Forse in questo modo, non solo sarebbe più facile accettarli, i fallimenti, ma anche vederli come finestre che si aprono su un mondo di possibilità.

1. Kaìros: cogli l’attimo favorevole

Un termine che il filosofo riprendere da Aristotele è “Kàiros“, l’occasione favorevole. Per Charles l’occasione favorevole, il momento opportuno è la crisi. Spesso la crisi è il momento che stavano cercando per guardare alla vita con occhi nuovi. Riporto un esempio con il quale è facile identificarsi: la crisi di coppia. Ci siamo passati tutti. Di solito quando si verifica una crisi tra 2 persone che magari vivono insieme, da molto tempo, emergono sentimenti di insoddisfazione, frustrazione e la sensazione che non si riesca a stare più insieme perché si è infelici. Da lì, subentra poi tristezza e depressione. Non è quello, forse, il momento in cui direzionare lo sguardo e spostare la prospettiva verso ciò che farebbe star bene? La depressione è il Kairòs, l’occasione favorevole per guardare là dove non abbiamo ancora visto.

2. Be Humble

Altro tema che Charles porta all’attenzione nel libro è l’umiltà, parola che deriva da humus, terra. “Significa ritornare con i piedi per terra, ricominciare a vedersi come si è, realisticamente, e tutto questo può essere una valida risorsa nella costruzione di una vita riuscita” (pag.51). Nello sport, un campione che subisce una sconfitta viene colpito nell’orgoglio, nella convinzione di non poter perdere. La sconfitta serve a smettere di credersi superiore, e allora inizierà a guardare l’avversario con rispetto, “non sottovaluterà nessuno, non cesserà mai di chiedersi come vincere. E sarà grazie a questo atteggiamento che macinerà una vittoria dietro l’altra. La lezione di umiltà che ci offre il fallimento è l’occasione per misurare i nostri limiti. Il delirio narcisistico o l’illusione di onnipotenza, invece, ci allontanano da questa presa di coscienza”.

3. La soluzione ai problemi di LEGO: dal fallimento al successo

All’inizio del 2003 l’azienda era nei guai: nell’ultimo anno aveva perso il 30% del fatturato. La radice dei sui problemi poteva risalire allo sbarco sul mercato del primo videogioco portatile della storia, Donkey Kong. Dalla metà degli anni 90, Lego iniziò ad allontanarsi dai mattoncini, core product, per concentrarsi su tutt’altro: parchi a tema, videogiochi, libri, riviste, abbigliamento per bambini. La dirigenza decise che, visto che i bambini erano impazienti e impulsivi, avrebbero costruito mattoncini più grandi. Ma tutto ciò si rivelò fallimentare, fino a quando decisero di tornare al core product alzando la posta in gioco: non solo ha riportato i mattoncini alle dimensioni precedente, ma hanno iniziato ad aumentarne il numero, a realizzare manuali più difficili e ad aggiungere pezzi sempre più piccoli. In questo modo, il processo di creazione diventava più difficoltoso e sfidante. Avevano capito che i consumatori di Lego si ponevano delle sfide. Costruire diventava un enigma da risolvere. Dieci anni più tardi, il fatturato sarebbe cresciuto dell’11% portando Lego al primo posto delle aziende produttrici di giocattoli.

Come sono usciti dalla crisi? Grazie a una intuizione, il Kaìros. L’occasione favorevole è stata originata da una visita etnografica a casa di un ragazzino tedesco di 11 anni. Ma questa è un’altra storia, che potete approfondire leggendo “Small Data” di Martin Lindstrom

4. Il fallimento che ci porta a intraprendere nuove strade

I nostri fallimenti possono avere la virtù di renderci aperti, di favorire un nuovo percorso vantaggioso. Non sempre un fallimento rende più saggi o più umili. Spesso ci aiutano solo a “divenire” qualcos’altro, del resto l’unica costante della nostra esistenza è il cambiamento. Per riuscire ad affermare il proprio punto di vista, la propria singolarità – che è ciò che ci rende unici – spesso serve tempo. E, soprattutto, serve mollare la paura di fallire, e quella di andare contro il senso comune. Del resto, chi meglio di noi stessi sa cosa è giusto per noi? Sembrerà scontato ma, ogni volta che la vita ci metterà davanti a un bivio, dovremmo seguire solo il cuore, volendo citare il film di Susanna Tamaro. Lasciamo agli altri le loro convinzioni, i giudizi, la libertà di proferire parola su tutto e tutti. Teniamo per noi la parte migliore, la più bella. Quella di poter agire su noi stessi e definire nuove strade, nuove rotte. Vi auguro che le vostre possano essere bellissime, inesplorate, e che diventino storie da raccontare ai più piccoli perché questo mondo ha bisogno di persone coraggiose, e il nostro dovere è educare, diffondere idee, raccontare.

Enza

 

 

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