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Personal Branding: cos’è e come farlo. Ce ne parla Marco Tomasone

E voilà. La prima intervista pubblicata sul blog, con un ospite d’eccezione che ci parla di un tema molto importante, il Personal Branding. Io personalmente avevo la necessità di fare chiarezza sull’argomento. Quindi, come siamo passati dal fare “branding” relativamente a un prodotto o azienda, al fare “personal branding” di sé stessi? In realtà non c’è alcuna differenza. Il personal branding parte da un approccio valoriale e ha l’obiettivo ambizioso di renderci persone migliori. Ma occhio a non cadere nell’autocelebrazione. Quella è un’altra cosa.

1. Ciao Marco, presentati in meno di un minuto 🙂

“Mi chiamo Marco Tomasone adoro i supereroi, la pizza (quella vera) e sono un personal branding strategist. Al motto di “libera il tuo brand” aiuto liberi professionisti, imprenditori ed aziende ad aumentare la propria consapevolezza di “essere un brand”, migliorandone percezione e visibilità.
Avendo un forte background da graphic designer, mi preoccupo anche del lato visuale di un brand personale curandone tutti gli aspetti: dal logo alla scelta del colore di riferimento. Elementi spesso trascurati dai liberi professionisti.”

2. Cos’è il personal branding?

“Parto dal presupposto che tutti noi siamo un brand. Tutti noi siamo un mix di esperienze, competenze, attitudini e talento. Quello che però non molti fanno è preoccuparsi di esternare questi valori, comunicando al meglio capacità ed il “saper fare” le cose.
Questo è quello che fa il personal branding. Si tratta di un percorso strategico che utilizza diversi strumenti e che punta ad evidenziare al massimo la propria unicità ed il proprio apporto di valore.
Viviamo in un mondo dove tutti sanno fare tutto. C’è un’offerta vastissima e, spesso, di gran qualità. È quanto mai necessario (se non obbligatorio) puntare su quelle caratteristiche differenzianti che possono, in un certo qual modo, dirottare verso di noi la scelta del cliente.
Il personal branding aiuta a comunicare al meglio questi valori. Ci porta, gradualmente, ad occupare un luogo privilegiato nella mente del nostro pubblico di riferimento.
Certo, si tratta di un percorso lungo, a tratti duro, fatto di costruzione di credibilità e reputazione, che però ci permetterà di acquisire un vantaggio competitivo non indifferente: la fiducia. Conquistando la fiducia del tuo interlocutore sbaraglieremo la concorrenza e risulteremo l’unica opzione valida nei processi di scelta del cliente finale.
In definitiva, possiamo dire, che una buona strategia di personal branding ci fa preferire agli altri.”

3. Se nel marketing il cliente finale è determinante nel successo o meno di una strategia di lancio prodotto, ad esempio, quanto conta la dimensione “cliente” in una strategia di personal branding?

“Il marketing (di sé stesso) è un aspetto importantissimo nel personal branding. La conquista del cliente ha un ruolo centrale in tutto il processo. Chi pensa che fare personal branding sia semplicemente esaltazione del proprio io commette un grosso errore.
Il successo di un brand personale (ma non solo personale direi) è dato dal confronto con gli altri. Sono i clienti che decidono di darti i galloni di ‘esperto del settore’. Sono i clienti che cementano la tua reputazione e confermano la tua credibilità.
Senza un riferimento alla dimensione collettiva del cliente non possiamo parlare di personal branding. In quel caso, quando cioè entra in ballo la mera e cieca autocelebrazione, preferisco parlare di Ego-Branding. Ma questa è un ‘altra storia…”

4. A chi consiglieresti di fare personal branding e perché?

“A mio avviso tutti dovrebbero fare personal branding. Nel lavoro ma non solo. Il personal branding aiuta ad essere persone migliori. Stimola la sincerità e l’altruismo. Valori oggi più che mai fondamentali per creare una società migliore.
In ambito strettamente professionale il personal branding è fondamentale per rimanere competitivi e, come dicevo in precedenza, “pilotare” le scelte del cliente verso la nostra offerta. Consiglio caldamente di fare personal branding a tutti quei professionisti che vedono, in una certa misura, minacciato il proprio futuro lavorativo dalla crescente avanzata dell’intelligenza artificiale. Per queste professioni è quanto mai imprescindibile fare leva su quelle variabili che le macchine non possono e non potranno mai avere.
L’empatia su tutte.
Capiamo i problemi dei nostri clienti. Caliamoci nel loro mondo. Comprendiamone le esigenze. Anticipiamole se possibile. E non smettiamo mai di proporre soluzioni. Se riusciamo in questo, non ci sarà macchina, robot o applicazione che potrà sostituirci.”

5. Quali strumenti consiglieresti di utilizzare oggi, alla luce del fatto che l’attenzione dei clienti e degli utenti stessi è la cosa più preziosa (ma anche la più difficile) da conquistare?

“Gli strumenti per fare personal branding ormai sono tantissimi ed abbracciano la realtà offline come quella online. Ci tengo a sottolineare che il personal branding non si fa solo sui social. L’impronta che lasciamo negli altri nella vita reale è altrettanto se non maggiormente determinante.
Curare la propria immagine coordinata ed il modo di porsi è importantissimo, cosi come lo è la capacità di stringere relazioni disinteressate con gli altri. Stringere mani è sempre la conquista più importante.
Nel mondo online lo strumento principale che non deve mancare in una strategia di personal branding ben strutturata è il blog. Nel blog comandiamo noi (cosa che non avviene ad esempio nei social). Possiamo comunicare il nostro sapere, apportando valore con contenuti interessanti ed utili. Solo successivamente vengono i social che, però, sono da considerare solo come una sorta di megafono del nostro blog. Un amplificatore in grado di far sentire ad un pubblico più ampio quello che abbiamo da dire.”

6. Come riconoscere il vero professionista da chi non lo è ma che fa del personal branding il suo cavallo di battaglia?

“Bella domanda! La risposta non è sicuramente semplice. Il personal branding in Italia è un concetto relativamente nuovo e per certi versi ancora avvolto da nebbie che ne sfumano i contorni.
Riallacciandomi a quello che dicevo prima, una corretta strategia di personal branding non può essere parziale. Non può svilupparsi solo attraverso l’uso dei social. Necessita di diversi step che coinvolgo l’introspezione psicologica, il marketing, la comunicazione visuale ed il social management.
Noto che spesso si tende a banalizzare il concetto riducendolo semplicemente ad una corretta presenza social, ad un buon logo o, peggio ancora, ad una serie di accorgimenti estetici finalizzati a renderti più riconoscibile.
Il personal branding non è questo. O meglio non è solo questo. Fare personal branding significa intraprendere un percorso complesso, lungo ed articolato.
Non spetta a me dire chi sia un professionista del campo e chi no, ma, per rispondere alla tua domanda, consiglio di “studiare” il consulente di turno. Capire il suo focus. La sua sensibilità ed esperienza “sul campo”.
Chi si occupa principalmente di web marketing, design o coaching non può essere considerato un professionista del personal branding. Semplicemente perché il suo focus è incentrato su altro. Il personal branding non è una competenza “a margine”.
Chi comunica questa rischia di essere percepito come un tuttologo ed alimenta la confusione.”
Grazie Marco!
E voi che ne pensate? Se interessati all’argomento, potete seguire Marco sul suo blog.
Di seguito trovate altri indirizzi sul web per conoscere di più sull’argomento ed entrare in contatto con Marco.
Il blog di Marco Tomasone
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Il canale Podcast su Spreaker di Marco

 

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